Il paesaggio «consumato» e l’UNESCO
Da “le nòstre tor”, Famija Albèisa, n. 2 marzo 2008 - di Antonio Buccolo
Consumare, cioè finire poco a poco. Sta accadendo ovunque. E quando il paesaggio sarà finito cosa accadrà? Eppure nell’articolo 9 della Costituzione italiana il comma 2 ne sancisce la protezione: «La Repubblica tutela il paesaggio e valorizza il patrimonio storico e artistico della Nazione». Ma a chi importa, dopo sessant’anni, di quel che avevano pensato e scritto i nostri Padri Costituenti? Oggi ci stiamo abituando a ben altro. Comunque, già negli anni Cinquanta - Sessanta, ma il ritmo distruttivo si è ingigandito negli ultimi tempi, molti luoghi vocati al bello sono stati trasformati con leggi assurde e permissive da speculatori protetti e incontrollati abusi: un’anarchia di interventi che hanno portato ad un’ampia cementificazione distruttiva, tanto che paesaggi naturali o ricchi di importanti monumenti, quando non vengono distrutti, reggono malamente il confronto con costruzioni di cattivo gusto. Basta osservare molte delle nostre spiagge invase da ecomostri, le strane costruzioni sulle sommità collinari o montane, i territori legati un tempo al concetto di bellezza e cultura, le importanti zone archeologiche. E notiamo anche che lo stesso paesaggio agrario, reso vivace dal lavoro di generazioni, ha ceduto il passo ad un’agricoltura intensiva più redditizia che vive indipendentemente dalle condizioni di clima, con cicli produttivi continui. Si sono spianate così colline alterando microclimi e costruiti ettari di serre climatizzate per prodotti che ci abituano al livellamento dei gusti.
Non solo, anche la crescita urbanistica, spesso inutile, ha alterato l’equilibrio abitativo. Le città hanno occupato in periferia estese aree fertili, le zone di particolare bellezza sono state prese d’assalto da seconde case che con la loro presenza disorganizzata, hanno dirottato flussi turistici verso altri luoghi ancora appetibili. E che dire dell’invasione industriale, sicuramente necessaria per produrre ricchezza, ma che spesso va oltre la vera esigenza lavorativa? E le brutte architetture inadatte a cicli produttivi perché costruite preventivamente con soli scopi speculativi e mal inserite nell’ambiente? Quanti sono i “capannoni polivalenti” con l’eloquente scritta “affittasi”? Perché li lasciano costruire se non vi è una destinazione chiara?
A tutto ciò aggiungiamo l’invasione degli enormi centri commerciali, factory outlet centers, per dirlo all’inglese secondo la moda del momento, sempre aperti allo spendere e al divertimento: città effimere e virtuali poste su incroci stradali strategici con lo scopo di attirare intere famiglie e far trascorrere un pomeriggio di fine settimana tra consumi pilotati d’ogni genere.
Tutto ciò lo si può notare in ogni luogo. Anche in Langa e Roero dove abbiamo innescato le stesse regole. La visione sul territorio, anche se esistono ancora ampie colline di particolare bellezza, a volte è sconcertante. Oggi la generazione che in mezzo secolo ha visto i mutamenti ambientali è sconcertata, ma tutti possono rendersene conto; per un confronto basta consultare l’iconografia pittorica e fotografica del passato, anche le opere dei nostri scrittori, storici e urbanisti. Si è costruito malamente con colate di cemento in siti di prestigio, nei fondovalle, anche presso le prestigiose colline del Barolo accanto a castelli di risonanza mondiale. Lungo il percorso del Tanaro si sono annullati ettari di terreno fertile e ogni paese, per risanare bilanci e adducendo la scusa di posti di lavoro, vuole il suo sito produttivo.
Oggi, poi, è in atto la mania di costruire tra le vigne o sul filo delle colline per avere visioni su 360 gradi, senza rendersi conto che è pura violenza ed egoismo. Non ci si vuol rendere conto che il paesaggio è un bene sociale con una propria storia scritta con l’evolversi di generazioni e possiede una propria bellezza disponibile per chi vuole accettarla. È proprietà di tutti e tutti devono goderne e per questo non deve essere alterato. Non basta possedere qualche metro di terreno per fare ciò che si vuole.
Oggi stanno nascendo osservatori che in qualche modo cercano di sensibilizzare la pubblica opinione a questi concetti e alla protezione del paesaggio. Sono diversi in Piemonte e stanno suscitando interesse anche presso l’Unione Europea. Esiste anche ad Alba con la Langa e il Roero e sta coinvolgendo decine di associazioni territoriali con centinaia di soci. Inoltre, l’Arvangia, negli ultimi anni ha gestito il premio “case di pietra” e la stessa Famija Albèisa già nel 1974 aveva capito quanto fosse importante la tutela dell’ambiente. Allora, sotto la presidenza di Vittorio Asteggiano e in accordo con i Sindaci e Pro Loco, affisse nei punti strategici di Langa e Roero mille cartelli che invitavano al rispetto del territorio. Alcuni di questi esistono ancora. Ma, è il caso di dirlo, erano altri tempi.
Tuttavia in qualche modo occorre muoversi prima che accada l’irreparabile.
Oggi, nella realtà piemontese, tra i paesaggi agrari specializzati, sono note le colline del Sud Piemonte vocate a prestigiosi vigneti. Esse sono talmente importanti da essere proposte alla candidatura per il riconoscimento, da parte dell’UNESCO, come bene patrimonio dell’umanità.
Purtroppo, le strutture invasive di fabbricati mal pianificati, hanno frammentato il territorio tanto da renderlo “a macchia di leopardo”. Ma è sempre un territorio da proteggere per ciò che resta, come le testimonianze di un ricco passato storico-artistico che fanno parte del circuito Chiese Romaniche dell’astisio. In qualsiasi caso, per conservare l’ambiente, tutti devono rendersi conto della valenza culturale del proprio territorio mediante il riconoscimento certo dei caratteri identificativi, nel nostro caso i vigneti e i centri storici importanti. Così, se da un lato i nostri “contadini” necessariamente hanno dovuto avvicinarsi a logiche produttive pressappoco industriali, ed è giusto se pensiamo a migliori qualità, dall’altro con adeguati interventi di gestione (modi di costruire cantine e vigneti) devono valorizzare e garantire la qualità paesaggistica per le future generazioni creando un giusto equilibrio tra le esigenze economiche e la conservazione dei valori tradizionali.
È difficile pensare in altro modo. Teniamoci stretto quello che abbiamo, altrimenti non si sa che dire, perché il rischio è forte. Aleggia la sensazione che i giovani prendano per buono il cattivo esempio che stiamo dando in ogni campo: politica, lavoro, cultura del territorio, scuola… Il 41° Rapporto Censis anno 2007 sintetizza la situazione degli italiani con due parole: pigri e litigiosi. Cioè un “rifiuto di crescere… una specie di resistenza alla presa in carico della vita per quello che essa è, un nascondersi dietro i ruoli ed emozioni virtuali, un rifiuto di mettersi in gioco”. Un giudizio un po’ forte e si vorrebbe non credere, ma i messaggi che arrivano da ogni parte, mass media, certi modi di condurre la politica che portano a non fidarsi più di nessuno, famiglia e lavoro in crisi, la violenza e la corruzione dilagante e altro fanno pensare.
Le nuove generazioni, coloro che si affacciano al mondo sono costretti a vivere questo modo d’essere e lo danno per vincente perché non hanno visto altro. Stiamo insegnando che tutti gli eventi della vita sono leciti, nel nostro caso anche il deturpamento del territorio, il “rubare” la bellezza di un paesaggio a proprio vantaggio.
Sarà il nuovo concetto di bellezza e su questa si costruiranno nuovi canoni, perché così è proposta a ai nuovi arrivati. Come in passato, quando la gente greca dei tempi di Pericle studiò i canoni della bellezza sulle sculture di Fidia e il Partenone. Con una sola differenza: allora si studiava su grandi opere, oggi sulle brutture dei capannoni e delle pessime architetture.