Paris change! ma anche Bra non scherza!!
Paris change! mais rien dans ma mélancolie
n’a bougé ! palais neufs, échafaudages, blocs,
vieux faubourgs, tout pour moi devient allégorie,
et mes chers souvenirs sont plus lourds que des rocs.
Parigi cambia! Ma niente nella mia malinconia
s’è mosso! blocchi, impalcature, nuovi palazzi,
vecchi sobborghi, tutto per me diventa allegoria,
e i miei cari ricordi son più grevi dei macigni…..
Con questi versi Baudelaire esprime nel poemetto Il cigno lo sgomento per i grandi cambiamenti della Parigi del suo tempo, quella delle ristrutturazioni del grande Haussmann. A questo celebre prefetto Napoleone III aveva infatti commissionato un totale rivolgimento della città, che ne cancellò quasi totalmente il tessuto medievale per trasformarla nella città moderna dei grandi viali alberati, quella Parigi che oggi ammiriamo ma che ai contemporanei apparve irriconoscibile. Il cigno che non ritrova più il suo bel lago natale, ma solo un secco rivolo polveroso per tentare di bagnare le sue ali, è l’immagine simbolica del poeta di fronte a questi grandi rivolgimenti, verso i quali non sente nessun entusiasmo ma piuttosto il disorientamento di chi non si riconosce più nel luogo dove è nato e vissuto. Baudelaire non si consola dunque all’idea che la città diventerà più ariosa e più luminosa, ma cerca rifugio nei simboli come quello del cigno, per dare espressione al senso di perdita, di lutto per la sua vecchia Parigi, profondamente amata, che sparisce per sempre, lasciandolo più solo e più sperduto.
Eppure i cambiamenti di allora avevano buoni motivi, prima di tutto sanitari, in quanto i vicoli bui e stretti, permettendo poco ricambio d’aria, erano una delle ragioni del diffondersi delle epidemie che ancora nell’Ottocento falcidiavano la popolazione. Come accadde per esempio a Napoli, dove dopo il terribile colera del 1884 Umberto I fece sventrare i vicoli dei quartieri spagnoli con una grande arteria, che da lui prese nome, per consentire più luce ed un’aria più salubre….
E se dalle grandi metropoli dell’Ottocento come Parigi e Napoli, ci spostiamo alla nostra Bra di oggi e al prossimo sventramento che si prospetta, quello di buona parte del fianco Est di Via Venaria, cerchiamo nel presente e nel passato gli strumenti per considerare con animo sereno questa operazione. Vediamo dunque se allo stato del quadro normativo attuale è possibile la distruzione di un intero quartiere, un tempo abitato principalmente da ortolani e formato da una serie di casette a un piano, massimo due, tutte con il loro cortile , che formano un intrico di passaggi e di stradine, oggi generalmente in stato di abbandono. La distruzione è possibile perché nel piano regolatore attuale, che è sempre ancora quello vecchio e criticatissimo(visto che il nuovo, dopo tanti incontri e tanti messianici annunci si è perso nel porto delle nebbie) la parte orientale di via Venaria non fa parte del centro storico, esattamente come non ne fanno parte via Piroletto, via Balau, che sono il cuore della Bra medievale o la Venaria dove sta l’antica chiesa anticamente proprietà dell’abbazia di Bobbio che con la sua braida, cioè il suo podere diede il nome alla città. Dunque con tutti i crismi della legalità burocratica in quella stradina stretta stretta che collega via Pollenzo a Via Vittorio, dove in un tempo lontano si seppellivano i morti, sorgeranno due grandi palazzi i cui 87( !) garages sotterranei attraverso un percorso interno andranno a sbucare proprio nel punto dove è più stretta. Ottanta automobili che tutte le mattine e tutte le sere sputeranno i loro scarichi in una viuzza nata per un percorso che prevedeva solo qualche carretto e gente a piedi. E il veleno di quegli scarichi tenderà a rimanere ingabbiato avvelenando i polmoni degli abitanti perché la parte est da cui viene l’unica corrente che muove un po’ l’aria malata della nostra città sarà bloccata dal grande palazzo interno di cinque piani. Anche senza scomodare Umberto I o Napoleone III per un confronto, è difficile vedere una ragione di pubblica utilità per questa operazione, tanto più in un momento in cui la giunta cerca soluzioni per la mala aria di Bra ( come titola bra oggi di questa settimana), incontrando il capo dipartimento cuneese dell’ Arpa e il tecnico provinciale dell’ambiente dottor Fantino.
Tralasciamo poi il fatto che Bra è patria del movimento delle città slow la cui carta costitutiva recita:
La città slow sono quelle nelle quali:
- si attua una politica ambientale tendente a mantenere e sviluppare le caratteristiche del territorio e del tessuto urbano, valorizzando in primo luogo le tecniche del recupero e del riuso;
- si attua una politica delle infrastrutture che sia funzionale alla valorizzazione del territorio, e non alla sua occupazione;
- si promuove un uso delle tecnologie orientato a migliorare la qualità dell’ambiente e del tessuto urbano;
ecc. Insomma la “Città slow” dovrebbe essere quella ‹dove l’uomo è ancora protagonista del lento, benefico succedersi delle stagioni, in cui allo sviluppo frenetico, alle ferite profonde inferte dalla speculazione di pochi si contrappone il rispetto della salute dei cittadini, della genuinità dei prodotti e della buona cucina, le tradizioni artigiane, le preziose opere d’arte, le piazze, i teatri, le botteghe, i caffè, i ristoranti, i luoghi dello spirito, i paesaggi incontaminati, la spontaneità dei riti religiosi, il rispetto delle tradizioni, la gioia di un lento e quieto vivere›.
Quanto un’operazione del genere sia coerente con i principi su esposti è talmente ovvio che non è il caso di soffermarcisi oltre, se non per ricordare quanto l’aggettivo slow collegato alla nostra città sia importante anche economicamente, se rivuole perseguire una vocazione turistica, sempre più incompatibile con il progressivo snaturamento delle sue parti più caratteristiche. C’è ancora una considerazione da fare a questo proposito. Nella nostra città, dove una delle migliori manifestazioni annuali è quella che ha sede nei vecchi cortili, proprio i cortili andrebbero salvaguardati e mantenuti con grande cura perché sono fondamentali per un certo tipo di qualità della vita con cui siamo cresciuti. Per noi che eravamo bambini negli anni cinquanta il cortile è stato la nostra palestra, il luogo delle prime amicizie e delle prime lotte, dei grandi giochi di gruppo che ci hanno insegnato le regole base del vivere sociale, dove più ci siamo divertiti, scoprendo il piacere della libertà e anche imparando a reggere le prime sconfitte e i primi dolori. Una vera scuola di vita. Per questo i cortili andrebbero difesi invece che eliminati, non solo perché sono oggettivamente belli ma perché fanno crescere bene, nella socialità e nella solidarietà… E invece?
Niente di tutto questo si prospetta ma la sparizione dei vecchi cortili, delle vecchie case degli ortolani con le loro modeste ma graziosissime cimase di mattoni che fanno da orlo ai muri e che danno un tocco di poesia.
Quale voce poetica ci vorrebbe allora per cantare il nostro grande disagio di braidesi ogni giorno alle prese con una città che cambia e non in meglio? A quale animale simbolico dovremmo affidare la rappresentazione del nostro dolore?
Forse una risposta ci viene dalla cronaca cittadina che riporta questa settimana un bel titolo per l’incontro alla scuola di pace con il magistrato Davigo. Ho un sogno: il bene comune, un valore da riscoprire .
Sollecitati da questo titolo lasciamoci andare ad un sogno : che via Venaria , questo pezzo di vecchia Bra, venga risistemata bene, con le sue case vecchie ben ripulite, tinteggiate, con i vecchi cortili abbelliti dal verde e rianimati dalla presenza di persone che ci vivono con serenità e armonia, prendendosi cura non solo della loro abitazione ma anche delle relazioni. Dove le famiglie possano trovare nei cortili gli spazi adatti per i giochi dei più piccoli e gli anziani per le loro quattro chiacchiere che favoriscono i rapporti di buon vicinato. Il tutto in un quartiere non troppo densamente abitato né attraversato da un traffico insostenibile per rumore, inquinamento e rischi di incidenti.
Come fare a rendere reale questo sogno? Forse se in tanti cominciamo a pensare che sia possibile e ci facciamo sentire toccheremo il cuore di coloro che hanno in mano la possibilità di decidere.
Irene Ciravegna
presidente di Italia nostra, sezione del braidese
Interesting to know.