Lunedì 9 luglio 2007

Su Gazzetta d’Alba n. 27 del 03.07.2007 pag. 32, a firma di Valeria Pelle, è comparso un articolo che tratta dello sfruttamento della pietra arenaria in Langa.
Riteniamo sia tempo di fare chiarezza e di chiamare chi di dovere ad assumersi le responsabilità che gli competono.

L’argomento è l’arenaria, la “Pietra di Langa”, come viene definita solitamente. Nell’articolo si cita per nome un pubblico amministratore il quale afferma testualmente: “oggi nessuno rispetta le norme, occorre trovare un metodo per regolarizzare l’estrazione”. A questo rispondiamo: se nessuno rispetta le norme, cosa fanno le autorità locali? Ai Comuni compete la vigilanza sul territorio e se non la esercitano, compiono una grave omissione.
Al secondo punto obiettiamo: non occorre trovare metodi, c’è la Legge Regionale n. 69 del 22.11.1978 che disciplina l’esercizio di cave e torbiere. Solo questa legge può autorizzare scavi e prelievi di rocce e lastre di arenaria. Inoltre lo scasso dei terreni, essendo molti territori di Langa soggetti a vincolo idrogeologico ai sensi della Legge Regionale n. 45 del 09.08.1989, non è cosa che si possa fare liberamente da parte degli agricoltori: molte volte si tratta di terreni agricoli in disuso e dovrebbe essere ben precisato l’uso che ci si propone dopo lo scasso. Questo perché un versante che ha subìto un intervento di profonda rimozione è potenzialmente dissestabile.
In molti casi per l’autorizzazione allo svincolo idrogeologico è necessaria una perizia geologico-tecnica redatta da geologo abilitato, occorre poi sistemare il terreno dopo l’intervento per prevenire il dilavamento della superficie, favorendo l’inerbimento. Senza l’autorizzazione regionale a coltivare una cava non è consentito alcun asporto di materiale a fini commerciali, neanche come merce di scambio in pagamento dei lavori. Quanto è derivato dalle opere di sistemazione del terreno può essere utilizzato dal proprietario, o risistemato in sito, o collocato su altro terreno, sempre di proprietà; diversamente deve essere avviato alle discariche autorizzate e, nel caso si trattasse di area soggetta a vincolo idrogeologico, il proprietario ne darà conto al comune, specificando destinazione e quantità scaricata. Tutte queste problematiche ci riconducono ad un tema che l’Osservatorio ha più volte affrontato nei mesi trascorsi: la cosiddetta “Pietra di Langa” non è, come qualcuno superficialmente sostiene, una “risorsa”. Il termine “risorsa” definisce un bene disponibile in quantità adeguata, facilmente ricavabile, possibilmente rinnovabile, la cui eventuale estrazione non sia causa di futuri possibili dissesti, frane, movimenti di pendii: tutti eventi che sono ormai all’ordine del giorno, dopo ogni periodo di pioggia appena più intensa del solito.
Ultimamente abbiamo ricevuto segnalazioni di scassi di pendii, con asportazione dei muri a secco dei terrazzamenti, per ricavare la tanto agognata “Pietra di Langa”.
Occorre fare chiarezza su un punto: si rischia di promuovere un materiale che in natura è disponibile in quantità abbastanza limitate, a meno di distruggere i manufatti per cui è stato utilizzato: terrazzamenti, case, costruzioni e muri di sostegno. Fino a tempi abbastanza recenti, l’uso della pietra era tipico degli insediamenti rurali o era abituale nei piccoli centri misto ai laterizi, avendo la propria origine dalla rimozione del materiale lapideo dai coltivi, dai prati, dove era di danno alle colture e alle tecniche agricole piuttosto semplici allora in uso. È innegabile che il reimpiego del materiale è sempre stata una pratica piuttosto abituale. Adesso però, più che di reimpiego è corretto parlare di distruzione ignorante. L’Osservatorio intende richiamare l’attenzione su questo problema: la valorizzazione di un elemento così delicato è un tema che richiede attenzione, cultura dell’ambiente, rispetto di quanto nel tempo anche assai antico è stato costruito con fatica di braccia, altro che con le “ruspe”. Le Autorità locali, ovvero i Comuni, devono essere efficienti nei compiti che le leggi hanno loro assegnato: devono vigilare che non si realizzino cave al di fuori di quelle autorizzate dalle leggi in materia e che i lavori di scasso dei terreni e le bonifiche agrarie non si trasformino di fatto in cave abusive, devono controllare che non si verifichino distruzioni di manufatti in quanto anche le demolizioni sono soggette al Permesso di Costruire, devono tenere presente che tutti gli interventi sul suolo, in presenza di vincolo idrogeologico, al quale è sottoposta buona parte del territorio delle Langhe, sono tenuti a rispettare le leggi vigenti, anche quando si tratti di attività agricole; in ultimo gli uffici comunali devono verificare che vengano corrisposti alla Regione e al Comune i diritti di escavazione dovuti per legge. Si comprende a questo punto che la materia non riguarda più soltanto la sensibilità nei confronti dell’ambiente o la cultura ecologica, ma ricade direttamente nel rispetto o meno delle leggi vigenti e da qui in poi la pertinenza passa alle autorità di pubblica sicurezza e alla magistratura competente per territorio.